Una pagina interamente dedicata ai viaggi in architettura; non solo i luoghi da noi visitati, ma anche quelli per noi significativi e che svelano e sviluppano il nostro percorso. Un diario di bordo e una ricerca ininterrotta a cui speriamo si aggiungeranno i vostri suggerimenti. Le opere famose, ma anche quelle nascoste e dimenticate, in particolare del nostro paese.
INIZIAMO A
VIAGGIARE IN ARCHITETTURA
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Villa Rufolo
di nov-ES
novembre 2009

Sopra, foto 1: il Chiostro Moresco di Villa Rufolo
Ravello è uno di quei luoghi che nella vita meritano di essere “assorbiti” almeno una volta. La spaventosa bellezza della Costiera Amalfitana raggiunge qui l’apogeo dell’incanto. Le masse potenti dei monti si rincorrono per schiantarsi nel mare, nel quale si tuffano ripide scogliere di pietra grigia. Piccole biancheggianti costruzioni si inerpicano timide tra la vegetazione e su tutto domina la fascinazione della natura indomabile. Ravello guarda lo spettacolo del mondo dalla sua terrazza sull’infinito… è come se a Ravello lo spirito romantico fosse agglutinato per sempre all’atmosfera del luogo, e continui ad emanare insieme alle melodie di Wagner…
Villa Rufolo esprime sicuramente a pieno questa tempesta ed impeto del sublime. Il complesso monumentale porta il nome della famiglia che lo realizzò e che vide il massimo splendore nel XIII secolo. I mille anni di vita della Villa hanno eroso e trasmutato il complesso rendendolo appartenente al luogo, come se le rovine fossero tornate alla natura con un nuovo spirito. Dall’originario modello, che armonizzava in un equilibrio perfetto l’architettura araba, sicula e normanna, si passa alle linee del giardino ottocentesco in una splendida sintesi di ricerca forsennata della bellezza. Oggi Villa Rufolo è la sede della Fondazione Ravello, del Ravello Festival e del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali.

Sopra, foto 2: la torre d’ingresso alla Villa.
La visita inizia varcando il portale gotico di questa torre la cui funzione è stata probabilmente solo decorativa. L’ingresso è sormontato da una cupola a ombrello costolonata (foto 3-4), che insiste su un tamburo ornato da archetti intrecciati che poggiano su colonnine di terracotta. Come in molti ambienti della Villa, la nota dominante è la forte bicromia tra il colore scuro della pietra e le superfici chiare delle pareti (benché, come è visibile anche nella foto 4, in origine queste erano decorate con colori a calce di forte intensità).

Sopra, foto 3: il portale d’ingresso di Villa Rufolo
Sotto, foto 4: la cupola dell’ingresso


Sopra, foto 5: la Torre Maggiore
Dopo aver varcato l’ingresso si prosegue verso il Chiostro Moresco (foto 1), uno degli ambienti più suggestivi della Villa, con la sinfonia di archi ogivali, colonnine binate, oculi, intrecci floreali e decori fiammeggianti. Si prosegue verso la superba e svettante Torre Maggiore, una delle più antiche parti del complesso, immagine architettonica del dominio e della ricchezza della famiglia Rufolo.
Sotto, foto 6: la Sala dei Cavalieri
Si è poi rapiti dal fascino medievale della Sala dei Cavalieri, invitati nello spazio a rudere da enormi arcate ogivali, plasmato dalla luce dall’oculo centrale che inquadra con un’atmosfera mitica un frammento del cielo, abbagliante, di Ravello. Si entra quindi negli spazi romantici del giardino di Neville Reid, fascinoso e ammaliante con le sensuali forme organiche e preziose come tappeti d’oriente, ricamo che da quello dei decori architettonici di pietra si espande nei colori e nei movimenti della vegetazione. È la sinfonia che ispirò Wagner, e che ancora risuona nell’anima dello spettatore stupito.


Sopra e sotto, foto 7 e 8: il belvedere e il panorama dal giardino di Villa Rufolo
Il giardino culmina nel belvedere, librato sull’infinito, in un affaccio sublime ed estatico, incorniciato dalle cime rudi dei monti e dalla distesa luminosa del mare… non si può fare altro che sedersi ed attendere, nell’ozio creativo, di espandersi e di traboccare di e nella bellezza, di scoprirsi e di ri-scoprirsi e, magari, di scorgere gli “Dei”…

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Week-end EnoGastroArchitettonico
di nov-GQ
8 maggio 2009
1° giorno: Da Montepulciano a Montalcino

Inizia per gioco il nostro viaggio e si trasforma velocemente in una esperienza dei sensi e della mente. Arriviamo la mattina presto a Montepulciano che si mostra ancora addormentato e pigro, il circuito murario della città ci sembra subito una passeggiata per godere del panorama sulla Valdichiana e sulla Val d’Orcia, il cielo è sereno e all’orizzonte si intravedono i Monti Sibillini. Saliamo quindi in via Voltaia del Corso e ci troviamo di fronte prima alla casa natale del Poliziano e poi a S.M. dei Servi. L’interesse è però tutto per i bastioni della fortezza, chiusa per le riprese di New Moon (la saga vampirica tanto di moda tra i teen-ager). Dal Palazzo Comunale, con schema caratteriale esemplato sul fiorentino palazzo della Signoria di Firenze, cerchiamo la bellissima S. Biagio di Antonio da Sangallo il Vecchio, che traduce qui la lezione Bramantesca in una varietà di soluzioni plastiche che rivela già un carattere manieristico.

Questo edificio è nato per essere visto sullo sfondo del paesaggio naturale, Paesaggio-Architettura diviene un binomio simbolo del nuovo modo di intendere gli edifici. Nel sole della mattina il travertino sembra dorato e pare brillare di luce propria mentre le torri in facciata sembrano fare verso ai disegni per S. Pietro del Raffaello.
Mi immetto sulla SS146 per Pienza e mi scopro ansioso di arrivare.
Enea Silvio Piccolomini, papa col nome di Pio II, concepì l’idea di trasformare l’antico borgo fortificato, in residenza temporale sua e della corte per lasciare “monumento a diurna memoria delle proprie origini“. Al seguito del papa viaggiava Leon Battista Alberti, che stava elaborando proprio in quegli anni nuovi principi e regole nella pianificazione Urbanistica. L’Alberti suggerì quindi al papa di affidare il progetto e la direzione dei lavori all’architetto Bernardo Rossellino, già suo allievo a palazzo Rucellai. Cosa che reputo degna di nota è la capacità del Rossellino di risolvere il problema della mancanza di spazio con una piazza trapezoidale imperniata sulla cattedrale. Ai lati si dispongono i palazzi, Borgia e Piccolomini. Volutamente inclinati per aumentare la percezione monumentale e deformare quella spaziale.

Il Palazzo è una ripetizione quasi letterale di palazzo Rucellai, ma è opportuno notare che fu proprio Pio II a volersi discostare dal modello rigido e simmetrico di Firenze, facendo introdurre nella facciata meridionale un loggiato a tre ordini.

Pienza, pianta della città.



Scelta voluta “solo” per godere della vista sul monte Amiata e sulla valle. Torna anche qui molto forte il binomio Paesaggio-Architettura: pare che sia stato proprio Pio II il primo uomo a spendere denaro per costruire un palazzo da cui si potesse contemplare il paesaggio? L’architettura è quindi uno strumento al servizio delle città o un mezzo per avvicinarci alla natura e alla bellezza? Personalmente voglio prendere questa esperienza come una lezione ed un monito: la ricerca del bello, che oramai viene troppo spesso accantonato per far spazio ad “ideali” meno alti, e il rispetto/esaltazione del paesaggio circostante; certo non capita a tutti di intervenire in contesti di particolare integrità e bellezza come questo, ma anche e sopratutto nelle deturpate città o, peggio, nelle periferie dei nostri giorni c’è ancora posto, se lo si vuole, per il bello.

San Quirico d’Orcia diviene una sosta per una passeggiata nel roseto comunale, e finalmente muoviamo per Montalcino, qui diamo spessore al viaggio non solo dal punto di vista architettonico, ma anche e soprattutto enogastronomico. Sfortunatamente non riesco a visitare nessuna cantina ma la sera non mi nego un bicchiere di Brunello in una accogliente Osteria vicino il Duomo, accompagnandolo con il famoso Pecorino di Pienza. La luna ci accompagna e ci saluta dai merli della Rocca trecentesca, simbolo e baluardo della ribelle città.

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Caprarola e il suo enigmatico Palazzo
di nov-ES
10-11 aprile 2009

Sopra: Facciata del Palazzo Farnese di Caprarola
È riduttivo chiamare “Palazzo” la residenza dei Farnese a Caprarola. Forse è più appropriato il termine di “Reggia”, data la sua colossale dimensione e la ricchezza, la meraviglia delle sue forme. Si può con certezza sostenere che il Palazzo di Caprarola è la più bella residenza rinascimentale extraurbana del Lazio. Architettura dall’origine complessa, inizialmente nell’intensione del cardinale Alessandro Farnese il Vecchio, che aveva affidato il progetto ad Antonio da Sangallo il Giovane, a Caprarola doveva sorgere una fortezza difensiva. I lavori iniziarono nel 1530 ma furono sospesi alla proclamazione del cardinale al soglio papale, divenendo Papa Paolo III.
Il nipote Alessandro il Giovane, insediatosi nella piccola cittadina, riprendendo il progetto trasformò, per mezzo del lavoro del grande architetto Jacopo Barozzi da Vignola, il forte in un’impressionante residenza rinascimentale. La forma pentagonale plasmata nella roccia tufacea con i suoi bastioni d’angolo, si trasformò in un basamento terrazzato per gli spazi superiori.
Vignola decise di “scolpire” il paese in funzione del Palazzo: scavò la collina su cui sorgeva e la architettò con una serie di morbide scalinate per collegare il palazzo con una piazza sottostante, da cui il geniale architetto fece partire una strada lunga e diritta che doveva collegare visivamente il palazzo a Caprarola e il tutto con il paesaggio.
Per permettere la realizzazione di questa che può essere interpretata come una vera e propria opera paesaggistica, il Vignola riorganizzò l’assetto completamente del piccolo paese, conferendogli la forma attuale. Nell’intento del genio c’era la volontà di raccordare il palazzo in chiave prospettica con il paese e poi con il paesaggio. In origine Caprarola, come molti insediamenti di questa area, si sviluppava su uno sperone tufaceo naturale, tagliato al centro da una strada longitudinale sulla quale si articolavano i maggiori e più rappresentativi edifici. Questo allineamento corrispondeva in linea di massima a quello che voleva ottenere il Vignola, ma non da un punto di vista altimetrico: per questo l’architetto fu costretto a realizzare, per ottenere il collegamento con il nuovo palazzo, una rampa su una serie di ponti sopraelevati rispetto alle quote esistenti, tagliando molte facciate di edifici. Si trovò quindi a realizzare una città a due livelli: uno, quello della rampa che trionfalmente conduceva al Palazzo; l’altro, quello della città sottostante su cui insistevano i ponti della percorrenza della strada che poi sarebbe stata chiamata “Diritta”.

Sopra e sotto: i ponti che permettono il raccordo della via Diritta (oggi Filippo Nicolai) con il Palazzo Farnese

Il Vignola, per ottenere delle quinte degne della sua opera urbanistica, e dati i radicali cambiamenti di molti edifici che venivano ad esser tagliati dalla via Diritta, ridisegnò la maggior parte delle facciate dei palazzi applicando in alcuni casi delle vere proprie aggiunte sceniche.

Sopra: i palazzi lungo la via Diritta sono gli unici ad essere intonacati e prsentano le forme più eleganti dell’intero abitato di Caprarola
Il Vignola riuscì ad ottenere il suo intento. La città verte sulla fuga che si proietta verso le logge del Palazzo. Percorrendola dal basso, dall’inizio della via Diritta, oggi Filippo Nicolai, seguendo l’asse visivo ci si proietta verso la loggia centrale, quasi invitati a salire. Si dice, che in origine, ad amplificare la prospettiva da questo punto, intervenisse la pavimentazione stradale che ai lati presentava delle fasce lapidee, in modo che teli linee apparissero all’osservatore andare in fuga proprio nell’archeggiatura centrale, dove, magari, immaginiamo assistere al miracolo urbanistico il cardinale. Procedendo verso il palazzo ad ogni pausa, l’immagine si apre di più e si percepiscono prima tre e poi ancora cinque arcate. Allo stesso tempo la via si dilata progressivamente fino ad aprirsi improvvisa nella piazza di fronte al palazzo, dove si può goderne l’immagine completa.

Sopra: la salita verso “l’olimpo” del Palazzo Farnese. La rampa sembra proiettarsi verso il loggiato centrale, e tale effetto ottico è incentivato dalla leggera curvatura del piano stradale

Sopra: salendo l’immagine sulla facciata si apre maggiormente per poi definitivamente apriri sulla piazza antistante le rampe curve che conducono al piano dell’ingresso (sotto)

La piazza sembra avvolgersi alle sinuose scalinate che conducono all’ingresso, dove il palazzo incombe enorme, massiccio, sull’abitato, schiacciato dalla sua presenza che appare realmente impressionante. La facciata rettangolare si staglia nel cielo con una decisione energica, misteriosa ed enigmatica nella sua diafana ed appena accennata volumetria, articolata da piccoli sbalzi di fasce e modanature. Sembra quasi che non si riesca a penetrare con lo sguardo le finestre, e la vista spazia sulla facciata quasi arcana per poi essere risucchiata nella profonda loggia, che invece non fa mistero dei colori sfavillanti dei suoi affreschi.
Salendo al palazzo, e magari per un momento immaginassimo di essere il cardinal Farnese in attesa di una carrozza scintillante dall’Urbe, appoggiandoci alla balaustra del loggiato, allo sguardo si distende morbidamente tutta la città, incernierata lungo la via Diritta, conquistando visivamente ognuno dei palazzi per poi aprirsi verso la piana verdeggiante.Vignola sembra aver ottenuto l’immagine che il tutto sorga quasi spontaneamente dal palazzo e che è quasi Caprarola ad essere stata costruita a cornice dell’imponente residenza estiva dei Farnese.
Il palazzo appare come un olimpo meraviglioso, a cui si arriva attraverso l’unico accesso che diviene tutta la città di Caprarola, cornice vivente della sua gemma enigmatica. Il Palazzo Farnese ammalia con il suo fascino arcano, come se la sua immagine di originaria fortezza ingentilita dall’architettura serva a far intuire il suo essere scrigno di un tesoro occulto. Molti hanno scritto sul Palazzo e sul suo potere sull’immaginario. Che il “tesoro” sia magari un tesoro sapienziale. Sarà un caso che esiste nel Palazzo una stanza dedicata al tema del sogno? E che l’edificio e gli affreschi sono carichi di simbologie molteplici?
Continueremo a parlare del Palazzo di Caprarola come manifesto dell’Architettura che sa parlare il linguaggio spesso obliato dell’interiorità.

Sopra: vista dal Palazzo. La piccola città si distende lungo la spina centrale per poi quasi disperdersi nella campagna lontana.
Sotto: Palazzo Farnese vigila sulla sua città























Ciao volevo segnalarti questo favoloso evento di architettura!
18.09.2009 h 18.30 Architettura e lingue
con Prof. Iain Chambers, Arch. Michael Obrist Fondazione Ordine degli Architetti
Via Rosmini 48 Bolzano
Ingresso gratuito
http://www.docdesign.bz/index.php?option=com_content&view=article&id=69%3A10-lingue-10-camere-da-letto-10-canzoni-damore&catid=2%3Anews-doc-design-bolzano&Itemid=1
Da: DOC design su 18/06/2009
alle 16:48
Ottimo sito
Da: Antichi Pavimenti su 29/08/2009
alle 11:25
Gentile Antichi Pavimenti,
grazie per le sue parole lusinghiere. Il sito è molto giovane, e ci siamo avventurati nelle “terre” di internet per la prima volta. La pagina “Viaggio in Architettura” è ancora molto scarna, però le posso dire che prossimamente saranno pubblicati articoli su Firenze, Spagna, Australia e India. Speriamo di ritrovarla nuovamente. Cordiali saluti!
Da: nov-ES su 29/08/2009
alle 13:57