La decima puntata della seconda serie di Vivere l’architettura affronta l’argomento La qualità diffusa: l’architettura soggettiva. Ospiti in studio l’Arch. Andrea Giunti e il Prof. Arch. Pietro Barucci con la partecipazione dell’Arch. Silvio L. Riccobelli. La clip mostra gli uffici della Regione a Piazzale del Caravaggio di Pietro Barucci (uno dei pochi brani realizzati dello SDO, il celebre Sistema Direzionale Orientale, fulcro del Piano Regolatore del ‘62). Quattro grandi edifici razionalisti, mitigati dalle “leziose” scale di sicurezza spiraliformi e dal disegno, libero dallo schematismo geometrico, del verde. Il complesso costituisce una sorta di “frammento di città terziaria” (Ostilio Rossi), che nonostante l’immagine spiccatamente moderna, riesce attraverso la qualità plastica e la scelta dei materiali ad inserirsi nel contesto assumendo una forte identità.
Il cammeo è dedicato alla palazzina a Piazzale Clodio di Luigi Pellegrin, oggi in uno stato di degrado evidente.

Venezia. Paolo Baratta lo sa benissimo che tutti vogliono chiedergli della Biennale Arte 2011, anche se l’appuntamento è per parlare di quella di Architettura 2010, in programma dal 29 agosto al 21 novembre. Lo sa e cerca di fare finta di nulla, sornione. Il presidente non vuole mischiare Kazuyo Sejima, giapponese classe 1956, prima donna a dirigere la kermesse – e primo architetto dopo vari critici e storici – con Vittorio Sgarbi, a tutti noto, che curerà il Padiglione Italia l’anno prossimo e si è autodefinito commissario antimafia dell’arte. Il ministro Sandro Bondi ha telefonato a Baratta per comunicargli la nomina, l’altra mattina, prima di dare l’annuncio pubblico. Reazioni? L’entourage: «Non ci annoieremo». I fuochi d’artificio sono garantiti, il ritorno mediatico pure. Sgarbi è già partito in quarta: basta arte povera, concettuale, installazioni e via discorrendo, si torna al classico, al “bello”. Ieri ha duellato a distanza con Achille Bonito Oliva, secondo il quale la Biennale deve proporre forme nuove d’arte e invece Sgarbi vagheggia un ideale fuori dal tempo…..

…. Kazuyo Sejima indica le linee guida: «Mostrare come si formano le idee, le possibilità dell’architettura, comprendere in che modo esprima nuovi stili di vita, fare architettura assieme agli architetti, partecipare. Sarei contenta se attraverso questa esposizione potessimo sentire dove stiamo andando». Non crede che gli architetti possano trasformare il mondo, ma migliorarlo sì: «Anche partendo dalla pensilina di un autobus»….

Altra novità della dodicesima edizione: i “seminari del sabato”, che vedranno tornare in pista, per un giorno a testa, nel modo che vorranno, i nove direttori delle Biennali precedenti, da Gregotti a Betsky, passando per Portoghesi e Fuksas. Sarà un modo per allargare ancora il confronto. Ci saranno poi gli eventi collaterali, i padiglioni nazionali e un progetto per coinvolgere le Università dando agli studenti la possibilità di ottenere crediti formativi. Sui padiglioni nazionali già si registrano novità curiose, su tutte l’Austria che ha nominato curatore un americano di grido, Eric Owen Moss. Ma quanto è orgogliosa Kazuyo Sejima di essere la prima donna direttore della Biennale di architettura? Sorride: «Il tema è la cosa più importante». In Italia, 15 anni fa, ha partecipato a un concorso per un progetto a Salerno, vincendolo. «Ma non è ancora partito» sorride di nuovo. Le foto di rito, poi finalmente fuori, sul balcone, a fumare una sigaretta in pace, affacciata sul Canal Grande.

fonte: il secolo XIX

Inserito da: nov-EGO | 16/01/2010

Robert Maillart – Salginatobel Bridge

…persino nella costruzione dei ponti la forza dei falsi pregiudizi estetici sia un elemento decisivo. Dopo morto, Maillart ha ottenuto dal mondo quell’apprezzamento che, lui vivo, il suo paese gli negò. Oggi gli viene riconosciuta la più alta sensibilità artistica. Morì senza avere mai avuto l’occasione di costruire nella sua pura forma, in una qualsiasi città svizzera, un ponte. Quando ebbe degli incarichi quale ingegnere, come nella capitale, Berna, la sua costruzione, librata nello spazio, fu imprigionata <<per ragioni estetiche>> tra blocchi di granito.

Gli fu concesso di costruire i suoi ponti più belli nella loro forma non falsata quasi esclusivamente in remote valli alpine, soltanto perchè erano meno costosi, e perchè nessuno li vedeva…

da: Breviario di Architettura, Sigfried Giedion.

Inserito da: nov-ES | 01/01/2010

Buon 2010!

NovArchitectura

immagini del contemporaneo


vi augura un buon 2010!

Auguriamo un anno di felicità a tutti e a tutto il mondo!

Spero che ci si renda definitivamente conto che i beni culturali sono la nostra grande ricchezza, e che l’Architettura, quella Vera, è uno degli strumenti per mantenere, conservare, ed ampliare ciò che il passato ci ha donato in modo così generoso. Mi auguro che l’Architettura sia votata sempre più al miglioramento della vita degli esseri umani, e per questo la politica deve interessarsene in modo convinto e critico. Che i governi, di qualsiasi fazione politica, si rendano conto che l’istruzione è l’unico modo per creare cittadini migliori nel futuro e che quindi la spesa per la scuola e per la ricerca vengano incentivate in modo deciso.

E infine, tra le tante cose che mi auguro e che auguro a tutti, una è veramente molto, molto piccola: tenere tutti i giorni aperto al pubblico PER TUTTI questo miracolo di bellezza che è Sant’Ivo alla Sapienza.

Continua il percorso alla scoperta dell’Architettura dimenticata e perduta; questo il tema della nona puntata della seconda serie di Vivere l’architettura che affronta appunta l’argomento “L’architettura perduta”. Ospiti in studio l’Arch. Andrea Giunti ed il Prof. Renato Nicolini con la partecipazione dell’Arch. Silvio L. Riccobelli. La clip mostra la genesi del Velodromo Olimpico all’EUR di Cesare Ligini, Dagoberto Ortensi e Silvano Ricci. Il cammeo è dedicato alle Poste di Piazza Bologna di Mario Ridolfi.

Sopra: Mario Ridolfi, edificio postale a Piazza Bologna

Inserito da: nov-ES | 25/12/2009

Buon Natale 2009

NovArchitectura

immagini del contemporaneo


augura a tutti voi un buon Natale 2009!

Vicenza, 18 dicembre 2009 – 17 gennaio 2010

Basilica PalladianaBasilica Palladiana, disegni (Piazza dei Signori) – Vicenza.

Nella Basilica Palladiana una mostra per rendere noto quel patrimonio prezioso della provincia di Vicenza che raccoglie le aziende ideate e costruite seguendo moderni canoni di architettura e di design industriale, con l’obiettivo di realizzare luoghi di lavoro piacevoli e confortevoli, inseriti nel territorio in modo attento e rispettoso dell’ambiente.

Basilica Palladiana, prospetto (Piazza dei Signori) – Vicenza.

“Basilica significa casa regale: e anco perché vi stanno i giudici a rendere ragione al popolo. Queste basiliche de’nostri tempi sono sopra i volti; né quali poi si ordinano le botteghe per diverse arti, e mercantie della città; e vi si fanno anco le prigioni.”
(da “Il Terzo Libro dell’Architettura di A. Palladio”)

La Basilica Palladiana è un edificio pubblico che affaccia su piazza dei Signori. Il suo nome è legato ad Andrea Palladio, che lo riprogettò aggiungendo a una preesistente costruzione gotica le celebri logge in marmo bianco a serliane.
L’edificio su cui Palladio intervenne era il Palazzo della Ragione, realizzato in forme goticheggianti verso la metà del XV secolo su progetto di Domenico da Venezia. Il piano superiore è interamente occupato da un enorme salone senza supporti intermedi, che ospitava il Consiglio dei Quattrocento. La copertura a carena di nave rovesciata, ricoperta da lastre di rame, era ispirata a quella del Palazzo della Ragione di Padova. Il rivestimento della facciata gotica fu realizzato a rombi di marmo rosa e giallo paglierino di Verona ed è tuttora visibile dietro l’aggiunta palladiana.  Dopo il completamento del Palazzo, fu commissionata una loggia che avrebbe dovuto cingere tutto l’edificio, ma la realizzazione fu soggetta a varie difficoltà strutturali e, anche a causa della natura del terreno di fondazione, venne più volte sospesa. Agli inizi del XVI secolo il doppio ordine di portici e logge, pur parzialmente incompiuto, crollò. Il Consiglio convocò molti tra i maggiori architetti del tempo per risolvere il difficile problema del rifacimento. Tra questi Jacopo Sansovino, Sebastiano Serio e Giulio Romano. A seguito di un concorso, nel 1549 il progetto venne affidato ad Andrea Palladio (1508-1580) e la sua realizzazione impegnò l’architetto per il resto della vita. Il manufatto fu completato postumo nel 1614.
Il palazzo ricostruito fu chiamato basilica dallo stesso Palladio, che si era ispirato al modello della basilica romana, di uso civile, per il suo progetto.

Basilica Palladiana, interno (Piazza dei Signori) – Vicenza.

Palladio si ispirò al principio architettonico degli antichi teatri romani: gli assi verticali sono articolati da aperture della stessa misura nei vari piani e da semicolonne; quelli orizzontali vengono accentuati cornicioni che si collegano con gli aggetti del muro. Questo principio è arricchito dall’introduzione adottata, nel palazzo del Tè di Mantova di Giulio Romano, della cosidetta serliana, composta da un arco centrale largo e due aperture laterali architravate. Nei disegni da lui pubblicati Serlio aveva riprodotto così spesso questo motivo dell’antica architettura romana, che gli venne attribuito il suo nome, anche se tale motivo era già stato ripreso nell’architettura del Quattrocento. La reciprocità tra linee orizzontali e linee verticali viene così ripresa e variata ad ogni arcata.

Palladio proietta, raddoppiando le colonne della serliana all’interno del loggiato, l’uso tradizionale di questo motivo. L’arco diviene una specie di piccola volta a botte e tra le doppie colonne ed i pilastri si formano gioghi a copertura piatta. Le origini di questa serliana proiettata nello spazio sembrano risalire al Rinascimento: una stampa dell’ ultima cena di Raffaello mostra una serliana come finestra sulla parete di fondo. Tale soluzione trovò un notevole sviluppo dopo Palladio, e, nel dipinto di Veronese La cena nella casa di Levi, supera anche le frontiere dell’Architettura.

Venezia, Galleria dell'AccademiaPaolo Veronese, La cena nella casa di Levi (Galleria dell’Accademia) – Venezia.

Nella Basilica il motivo ha uno scopo pratico: separando gli elementi dell’ordine minore dal pilastro, Palladio riuscì ad integrare le vecchie campate, di ampiezza variabile, in un sistema di arcare apparentemente regolare. Allo stesso tempo, a ogni membratura del pilastro è conferita la propria funzione strutturale, funzione che, a differenza del sistema di Sansovino che si dispiega su di un piano, è comprensibile solo se lo spettatore si muove attorno ad esso. L’accentuazione degli angoli mediante doppie colonne invece crea l’effetto di una pausa: sia nel piano superiore che inferiore: la facciata sembra racchiusa in una cornice definita.

Nel loggiato del pianterreno Palladio usa l’ordine dorico sia per le colonne grandi sia per quelle piccole introducendo però alcune piccole differenze: mentre le semicolonne con base attica seguono rigidamente l’ordine dorico, le colonne doppie appaiono invece nella variante del cosidetto ordine tuscanico. L’ordine tuscanico non ha base attica ma una semplice base rotonda. Lo stesso accade anche al piano superiore: le grandi semicolonne sono di ordine ionico e le volute accentuano in nesso tra le superfici; le doppie colonne poggiano invecesu basi rotonde, accentuate da una semplice profilatura.

Basilica Palladiana, soluzione d’angolo (Piazza dei Signori) – Vicenza.


Architetture d’Impresa. Edifici industriali nella provincia di Vicenza 1998-2008

Il caso più famoso è quel­lo della Nardini: la fabbri­ca di grappe di Bassano, che commissionò a Massi­miliano Fuksas una nuova se­de, poi realizzata nel 2004: sor­sero le due «bolle» di vetro so­spese, divenute un vero audito­rium dove ospitare i turisti eno­gastronomici, con vista a 360 gradi sul monte Grappa. Lentamente negli ultimi die­ci anni esempi di questo tipo si sono moltiplicati, trasforman­do anonime zone industriali (se ne contano 2500 in Veneto) in sprazzi di architettura con­temporanea. La mostra «Archi­tetture d’impresa», inaugurata giovedì allo spazio Lamec nella Ba­silica palladiana, a Vicenza, ne seleziona quindici, costruite dal 1998 al 2008. «Gli architetti qui esposti sono tutti dell’area veneta, e in questi lavori pretta­mente industriali si dimostra­no molto aggiornati sulle solu­zioni della contemporaneità – dice uno dei due curatori, il cri­tico Marco Mulazzani – . Alcuni edifici sono recuperi e amplia­menti di capannoni già esisten­ti. La ricerca è verso un’immagi­ne architettonica che sempre più coincide con l’immagine dell’azienda, e allo stesso tem­po verso un luogo di lavoro che deve essere abitabile, sia per i lavoratori che i clienti».

fonte:  Il Corriere del Veneto


Fuksas Wall

Distilleria Nardini (Massimiliano Fuksas) -  Bassano.

L’ottava puntata della seconda serie di Vivere l’Architettura affronta l’argomento “La qualità diffusa: l’architettura soggettiva”. Ospiti in studio l’Arch. Andrea Giunti ed il Prof. Aldo Aymonino con la partecipazione dell’Arch. Silvio L. Riccobelli. La clip mostra la casa sperimentale a Fregene di Giuseppe Perugini, Uga De Plaisant e Rainaldo Perugini.
Il cammeo è dedicato alla Chiesa di Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca di Pierluigi Spadolini.

Ancora una volta ci troviamo ad affrontare il problema delle architetture dimenticate (proprio ieri sero sono passato davanti alla apparentemente “perduta” casa della scherma del grande Moretti), con la casa che l’architetto Giuseppe Perugini si è costruito  a Fregene nella felliniana pineta scenario  del film “Lo Sceicco Bianco”. La casa, progettata nel 1969, colpisce per la sua  brutalità manierista, per il suo essere la materializzazione di una idea astratta di libertà e sperimentabilità  spaziale. Ecco le parole del proprietario attuale, il figlio Raynaldo, architetto e docente di storia dell’architettura moderna: «Essendo tutti e tre architetti (si riferisce alla madre Uga de Plaisant, architetto anche lei) era un po’ il giocattolo di famiglia, nel momento della realizzazione ognuno di noi proponeva soluzioni e nascevano discussioni…era una sorta di grande laboratorio… immaginatevi un plastico in scala reale! Questa era la casa di Fregene, un plastico al vero in cui ognuno metteva del suo. Una sorta di bottega globale nella quale lavoravamo tutti e per ogni problema c’erano un’infinità di soluzioni possibili. Infatti la cura dei dettagli e la messa a punto di tutte quelle soluzioni che hanno portato alla casa com’è oggi sono stati affrontati nella messa in opera. La particolare caratteristica costruttiva la rende un grande gioco di costruzioni…». Casa che sembra un relitto d’altri mondi, rudere ipermoderno, scultura in costruzione. Perugini non è certo estraneo  ai temi del brutalismo, già a partire dal celeberrimo mausoleo delle Fosse Ardeatine, così come si rintracciano assonanze con le architetture di Vittoriano Viganò.

Inserito da: nov-ES | 14/12/2009

In stile

Sicuramente uno dei monumenti più affascinanti della città di Firenze è Santa Maria del Fiore. Un complesso architettonico mirabile, in cui si affastellano alcune tra le opere più significative della cultura italiana. Si è rapiti dalla geometria del Battistero, dall’armoniosa forma slanciata eppur rispettosa dei canoni italici del campanile di Giotto, e poi la massa colossale della Cupola del genio assoluto che è Brunelleschi. Poi si è quasi storditi dalla facciata della cattedrale: colori e forme, decorazioni di una ricchezza stupefacente. Ci si gira attorno rapiti da un entusiasmo estetico d’ammirazione per l’equilibrio tra Medioevo e Rinascimento ottenuto in quel luogo… eppure se si guarda con attenzione la facciata si scopre che c’è qualcosa di diverso, come una percezione sottile: sarà per la grana del materiale, per il taglio che si intravede avvicinandosi, per il corole maggiormente rossastro rispetto ai fianchi. In effetti si è sorpresi poi nel leggere, sui libri o su una guida, che la facciata è un’opera moderna. Sì, tanto armoniosa (anche se un po’ sovraccarica) eppure frutto di un vero e proprio restauro stilistico, o meglio in questo caso di costruzione in stile (a proposito si dovrebbe ricordare l’intervento di S. Croce, sempre a Firenze, di Nicolò Matas). Ma torniamo brevemente a Firenze. La facciata di Santa Maria del Fiore è stata per secoli il grande problema irrisolto del complesso monumentale fiorentino; circondata da capolavori assoluti, la facciata povera ed incompiuta spiccava in modo inaccettabile. La vicenda legata a questa parte dal cantiere arnolfiano (la facciata del grande architetto è stata più volte ricostruita e le immagini sono presenti anche sul web), e passò attraverso vicende complesse – si ricorda in particolare l’opera di Bernardo Buontalenti, che decretò la realizzazione di quella facciata dipinta di gusto fortemente manierista che giunse fino al XIX secolo. Per comprendere lo scandalo che esercitava la presenza di una facciata non all’altezza del prestigio del complesso e della città, basti ricordare le realizzazioni posticce e provvisorie realizzate ad hoc per i grandi eventi. La competizione decisiva si dipanò nel 1864, nella quale furono presentati i progetti più disparati, da quelli di gusto neogotico d’oltralpe, a quelli più riguardosi alla stile italico, ad altri di gusto pienamente eclettico che esprimono pienamente il turbine artistico di quell’epoca – intervenne anche Viollet le Duc, consigliando di optare per una soluzione che rispettasse appieno l’anima medievale dell’organismo – (i progetti sono ora esposti al Museo dell’Opera del Duomo).

Il vincitore fu Emilio De Fabris (1808-1883), scelto nel 1871, con un progetto ispirato al gotico trecentesco. I lavori iniziarono nel 1876 e furono completati da Luigi Del Moro (subentrato nel cantiere alla morte di De Fabris) nel 1887, con vari strascichi polemici, soprattutto legati al coronamento delle navate laterali. Addirittura nacquero due partiti, uno che capeggiava l’idea di realizzare una terminazione piana con ballatoio, oppure con delle cuspidi come nel Duomo di Siena e in quello di Orvieto – ovviamente fu scelta la prima direzione e nel 1887 la facciata fu inaugurata come la vediamo oggi. La decorazione in marmi policromi si sposa perfettamente con le architetture circostanti, ma svela la sua modernità nell’abuso di decorazione, che tende ad essere sovrabbondante (inoltre, rispetto ai fianchi, sulla facciata trova posto una maggiore quantità di marmo rosso, allo scopo di alludere al tricolore in un momento di forte patriottismo legato anche alla recentissima unificazione nazionale).
Mi colpisce questa realizzazione perché oggi un approccio del genere sarebbe inaccettabile. Quello di costruire in uno stile diverso da quello contemporaneo per conferire armonia (ed in questo caso un’immagine) ad un edificio tanto significativo. In questo senso è significativa la frase di Viollet Le Duc:

“restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, ma riportarlo in uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un determinato momento”.

Ovviamente oggi tutto questo apparirebbe scandaloso. In effetti oggi il monumento non viene considerato come modello da imitare, come oggetto estetico, ma anche come documento portatore di un valore storico, espressione insostituibile di esperienza e di civiltà.

Interessante intervista a Daniel Libeskind apparsa su Libero-news.it:

Ieri a Milano è stato presentato alla stampa il cantiere di CityLife, il nuovo quartiere che sarà realizzato in vista dell’Expo 2015… Libeskind ha disegnato una delle grandi torri che lì sorgeranno e ha ideato il nuovo Museo d’Arte Contemporanea (MAC). In entrambi i casi, si tratta di opere ambiziose, contestate da molti. Come i suoi “colleghi” Zaha Hadid, Frank Gehry, Renzo Piano eccetera, Libeskind è considerato un esponente di una moda architettonica pericolosa. Libero ne ha parlato spesso: le archistar progettano ovunque edifici simili, dimenticandosi del contesto urbano e culturale in cui sono inseriti. Non si preoccupano della vivibilità delle loro opere: hanno ridotto l’arte a provocazione. Tutto ciò che è “strano” (grattacieli storti, case sbilenche…) è considerato bello poiché “innovativo”…
Come risponde Daniel l’archistar alle accuse? L’abbiamo chiesto direttamente a lui.

L’intervista inizia con una domanda sul museo di Roma, opera di Zaha Hadid, recentemente ultimato, e sul motivo per cui le istituzioni si rivolgono spesso alla archistar. A tale domanda l’artista risponde che deriva dalla sempiterna gara per avere gli edifici “più belli” (quindi solo le archistar possono disegnare gli edifici “più belli”), ed ovviamente centrando l’attenzione sul fatto che i musei sono dei magneti per attrarre cultura (ed io direi “visitatori”).

Ecco come continua l’intervista:

Molti critici sostengono che in realtà la cultura, cioè le opere d’arte le quali dovrebbero essere esposte nei musei – per esempio il MAXXI – verranno schiacciate da strutture tanto imponenti. E che gli architetti siano molto più interessati alla forma degli edifici che alla funzionalità.
«Non posso parlare del museo di Zaha Hadid, ma soltanto dei miei. Sinceramente credo che gli edifici da me progettati in tutto il mondo, a Denver come a Toronto o Berlino non opprimano le opere esposte all’interno. Anzi, credo che attirino persone le quali sono interessate al contenuto del museo. I miei edifici hanno sempre ottenuto un grande successo, calamitando il pubblico. Non solo. Io ho sempre lavorato a stretto contatto con i curatori dei musei – in questo caso Davide Rampello – cercando di capire di quali spazi avessero bisogno per l’arte e che tipo di architettura fosse necessaria. Di più: ho cercato di capire anche che tipo di persone il museo avrebbe dovuto attirare. E poi il museo è un’istituzione creativa».
Cioè?
«Non può limitarsi a essere una scatola in cui inserire delle cose. La sua funzione, nel corso della storia, è mutata. Oggi è un posto dove incontrare persone, è un’esperienza da vivere».
Giusto. Anche in Italia si comincia a pensarla così. Anche se restano musei a cui è difficilissimo accedere, senza spazi per la ristorazione, non in grado di attirare pubblico.
«Credo che in Italia ci siano dei musei fantastici. Ovviamente però la storia va avanti. Faccio un esempio. Il British Museum è una struttura molto importante, ma riflette un’altra epoca: quella del colonialismo, quando i musei non erano ancora un luogo di apertura. Oggi servono spazi diversi, adatti ad un’arte diversa. Perché anche l’arte è cambiata molto nell’ultimo secolo. Per questo servono architetti che siano in grado di rendere i musei accessibili al maggior numero possibile di persone. E non è una cosa che tutti gli architetti sono in grado di fare».
Insomma, solo le cosiddette archistar sono in grado di realizzare gli edifici adatti al nostro tempo, progettano quelli più belli. Eppure c’è chi dice che quella dei progettisti-celebrità sia una moda destinata a passare. E che i vostri edifici “innovativi”, in realtà, siano uguali in tutte le parti del mondo, non tengano conto delle culture locali.
«Non è vero. A queste accuse rispondo: guardate con i vostri occhi. I miei edifici non sono uguali dappertutto. Vero, mantengo sempre il mio segno, il mio stile. Ma ciascun progetto è unico e diverso da tutti gli altri. Progetto qualcosa di diverso per ogni luogo».
Sembra molto contento di essere considerato un’archistar.
«Che devo dire? Se la gente mi chiama così, avrà i suoi motivi. Io non posso farci niente». Daniel Libeskind, a questo punto, scoppia in una risata soddisfatta. Sembra dire: criticatemi finché volete, io vado avanti per la mia strada.

Articoli precedenti »

Categorie